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Educare al cambiamento: la relazione di aiuto - Annica Cerino
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Educare al cambiamento: la relazione di aiuto

La relazione di aiuto è un processo volto ad aiutare il soggetto a elaborare un progetto educativo su di sé.  I bisogni educativi e la conseguente ricerca di aiuto, emergono in modo più evidente nei momenti cruciali delle varie fasi della crescita.

Per descrivere la relazione di aiuto in modo appropriato e non superficiale dobbiamo tenere in considerazione che “ L’aiuto è un processo relativamente complesso nel quale non c’è semplicemente chi è in difficoltà e chi può aiutarlo, ma due soggetti profondamente coinvolti in una relazione di scambio, dove entrambi impareranno qualcosa” Si tratta, dunque, di un rapporto asimmetrico, in cui l’operatore e il cliente portano certamente risorse, competenze, emozioni differenti, ma il processo coinvolge entrambi gli attori della relazione.

Per il buon esito della relazione di aiuto, si tratta di stabilire una relazione in cui ci sia parità valoriale, quindi siamo in presenza di un rapporto di reciprocità.

La relazione di aiuto si configura sempre di più, e in modo specifico in questi ultimi anni, come un intervento educativo. Si tratta di un intervento educativo in senso lato, ovvero teso a educere, far emergere nell’utente le risorse personali, o meglio la capacità di riconoscerle e adoperarle, per affrontare costruttivamente e creativamente le nuove realtà.

Partendo dall’etimologia della parola EDUCARE: educere in latino, ex-ducere, questo presuppone il trarre fuori dalla persona le risorse necessarie per poter compiere in maniera soddisfacente il proprio progetto e di raggiungere il personale benessere, superando il momento di empasse in cui si trova.

L’educatore- operatore, si prefigge di promuovere lo sviluppo e di accrescerne le capacità, affinchè possa affrontare in modo efficace il percorso che lo può portare alla realizzazione del proprio progetto personale. A tal riguardo, la relazione di aiuto è spesso considerata come un’opportunità per stimolare e incrementare l’empowerment della persona in stato di bisogno.

L’empowerment indica il processo di ampliamento delle potenzialità del soggetto, in modo da aumentare le abilità personali e la possibilità di controllare attivamente la propria vita.

È un processo di crescita sia individuale che di gruppo, volto a far emergere risorse latenti e portare l’individuo ad appropriarsi consapevolmente del suo potenziale.

La relazione di aiuto ha il compito di educare al cambiamento in modo attivo per essere protagonista del proprio divenire. Mira a promuovere la consapevolezza di sé, lo sviluppo delle potenzialità, la crescita e il cambiamento dell’individuo.

Il fine dell’educazione è lo sviluppo di una persona autonoma, libera e consapevole, capace di fronteggiare situazioni problematiche e di conferire significato alle proprie azioni.

Cosa non è una relazione di aiuto ad indirizzo Umanistico

  • Dare consigli: offrire alla persona la propria opinione di ciò che, secondo il proprio punto di vista, dovrebbe essere il modo più opportuno di agire.
  • Dare informazioni: fornire alle persone l’informazione necessaria in una particolare situazione.
  • Azione diretta: fare qualcosa a vantaggio di un’altra persona o agire per rispondere ai suoi bisogni immediati.
  • Insegnamento: aiutare qualcuno ad apprendere specifiche conoscenze e abilità.

Qual è il ruolo dell’operatore dell’aiuto?

Non ha il compito di fare qualcosa o di dare qualcosa a chi chiede aiuto, piuttosto ha la delicata funzione di aiutare la persona a definire il problema e imparare a gestirlo, assumendosi pienamente la responsabilità delle scelte compiute. La definizione del problema e la possibilità di affrontarlo e superarlo deve nascere dalla persona che chiede aiuto o consulenza. La finalità del Counseling e dell’Arte Terapia è aiutare la persona ad aiutarsi. La relazione di aiuto, in questo senso, ha lo scopo di offrire alla persona che ne fruisce l’opportunità di esplorare, scoprire e rendere chiari gli schemi di pensiero ed azione, per vivere in maniera più congruente.

Vale a dire, che si facilita il proprio livello di consapevolezza, si favorisce un uso migliore delle proprie risorse rispetto ai propri bisogni e desideri e di seguito pervengono ad un grado maggiore di benessere.

Lo scopo finale è fornire al cliente un’opportunità di vivere in modo sodisfacente ed in base alle proprie risorse.

La relazione di aiuto riguarda comunque compiti evolutivi ed è rivolta a risolvere problemi specifici, a prendere decisioni, a fronteggiare momenti di crisi, a sviluppare un insight personale ed una migliore conoscenza di sé e ad elaborare sentimenti connessi con conflitti personali o a migliorare le relazioni con le altre persone.

I 3 aspetti fondamentali sono:

  • La centralità della comunicazione
  • L’importanza del concetto di crisi
  • La professionalità dell’operatore.

Secondo M. Fulchieri il counseling è: < una particolare modalità di intervento comunicativo individuale o di gruppo finalizzato ad affrontare le difficoltà emergenti in momento critici dell’esistenza attraverso una relazione professionale.>.

L’attività di consulenza è centrata sulla comunicazione e sulla relazione interpersonale. Le principali abilità richieste al consulente sono riferite all’ambito relazionale e implicano

  • la capacità di osservazione,
  • di ascolto, comprensione,
  • interazione,
  • conduzione del colloquio di aiuto.

Le caratteristiche della relazione di aiuto ad indirizzo Umanistico

Il fulcro dell’intervento è l’uomo, non il problema. Lo scopo è quello di aiutare la persona a crescere, a modificare sé stessa ad acquisire gli strumenti concettuali e comportamentali con i quali affrontare i problemi avvertiti in un certo momento della sua vita.

Al consulente spetta il compito di offrire, non soluzioni, ma di strutturare un luogo e un’atmosfera in cui i problemi possono essere discussi, chiariti e compresi. È necessario che il cliente sia messa a suo agio e possa esprimersi senza paura di essere giudicato. (Il setting)

Carl Rogers ha identificato le seguenti condizioni fondamentali, affinchè si possa avviare un processo di consulenza.

  • Una relazione significativa tra due persone, le quali siano in contatto psicologico tra di loro.
  • Uno stato di incongruenza, vulnerabilità o di ansia dell’utente.
  • Uno stato di congruenza dell’operatore, quindi l’esigenza che il medesimo, nella relazione, sia profondamente se stesso.
  • Sentimenti di considerazione positiva da parte del consulente verso la persona in stato di bisogno.
  • Comprensione autentica, da parte dell’operatore, del sistema di riferimento interno della persona
  • Comunicazione, anche solo parziale, della comprensione autentica e della considerazione positiva incondizionata dell’operatore verso l’utente.

Nella prospettiva rogersiana, insomma, il processo di consulenza è contraddistinto da:

  • non-direttività,
  • considerazione positiva incondizionata,
  • autenticità dell’operatore,
  • comprensione empatica.

La non-direttività

Lo scopo non è quello di risolvere un problema, ma di aiutare l’individuo a crescere perché possa affrontare sia il problema attuale sia quelli successivi in maniera integrata.

La relazione non direttiva di cui parla Rogers si fonda sul rapporto interpersonale centrato sul soggetto che chiede aiuto, al fine di facilitare la sua comunicazione spontanea con atteggiamenti di piena accettazione.

Per essere centrato realmente sull’altro il consulente dovrà essere in grado di conoscere, ascoltare e accettare pienamente sé stesso. La consapevolezza di sé e delle proprie emozioni è indispensabile per il consulente per uscire fuori dal proprio schema di riferimento per assumere quello dell’altro.

La non direttività appartiene ad un sistema di valori che enfatizza la dignità dell’individuo, l’importanza della scelta personale, la significatività della responsabilità.

Quello che conta in questa terapia, non è l’assenza di direttive, ma la presenza nel terapeuta di certi atteggiamenti verso il cliente e di una certa concezione delle relazioni umane.

Rogers in un’intervista del 1975 disse: <Io penso che la non-direttività non possa essere efficace se non quando faccia parte integrante della filosofia della persona che la applica. Non si tratta affatto di una tecnica che si può semplicemente adottare e poi respingere. Se qualcuno la utilizza come un utensile qualsiasi, si correr il rischio di trovarsi incagliati. Io credo che occorra utilizzarla con precauzione e preparare la gente, prima di permetterle di fare questa esperienza.

Con il termine direttivo ci si riferisce al dare consigli, fornire istruzioni, offrire suggerimenti; in questo senso la non direttività implica l’assenza di direttive.

La considerazione positiva e incondizionata

Poggia sulla capacità del consulente di saper accogliere i sentimenti e il vissuto dell’altro senza valutarli, evitando comportamenti investigativi e intrusivi. < accettare con calore ogni aspetto dell’esperienza del cliente, in quanto parte essenziale di esso>.

L’accettazione di tutti i sentimenti manifestati dal cliente, tanto quelli negativi, cattivi, pieni di paura e di dolore, difensivi o animali, quanto quelli buoni, positivi, maturi, di fiducia.

Il consulente si pone in atteggiamento di ascolto, cercando di capire quale sia il vissuto reale dell’utente, e badando a non far prevalere i suoi schemi interpretativi, i suoi criteri, i suoi vissuti.

Autenticità dell’operatore

Questa condizione sancisce il primato dell’essere sul fare. Il consulente deve essere autenticamente se stesso nel corso dell’interazione comunicativa. Deve essere se stesso e non avere atteggiamenti di circostanza.

La comprensione empatica

Il termine empatia significa letteralmente “ciò che si prova dentro”, “sentire dentro” dal greco empatheia. (En: dentro; patia: sofferenza). La capacità di comprendere lo stato d’animo di una persona.

È possibile percepire l’esperienza dell’altro, a patto che lo si colga dalla sua prospettiva di chi lo vive; allo stesso tempo il vissuto dell’altro non può essere colto nella sua originarietà perché l’alterità dell’altro è irriducibile.

Il setting

Il setting di un colloquio è lo scenario spazio temporale in cui si svolge la relazione di aiuto. Il setting, che deriva dalla forma verbale inglese to set vale a dire “disporre, impostare”, comprende tutti quegli accorgimenti che servono a predisporre un ambiente adatto allo svolgimento del colloquio e può essere considerato da due punti di vista: esterno ed interno. Il primo è il luogo fisico in cui svolge il colloquio, la durata e gli accordi preliminari presi tra l’operatore e il cliente. Il secondo comprende la capacità dell’operatore di instaurare una relazione di aiuto.

Le Barriere della comunicazione

1 Essere imperativi, ordinare e esigere

 2 Avvertire o minacciare 

 3 Fare la morale e predicare

 4 Dare consigli e soluzioni non richiesti

 5 Persuadere e discutere

6 Criticare e giudicare

 7 Schernire, usare frasi fatte e prendere in giro

 8 Diagnosticare, interpretare ed analizzare

 9 Assecondare ed elogiare

10 Consolare e rassicurare

11 Inquisire, mettere in guardia e mettere in dubbio

12 Cambiare argomento e fare sarcasmo

Bibliografia:

Carl Rogers, La terapia centrata sul cliente. Martinelli edizioni

Mario Fulcheri, Le attuali frontiere della psicologia clinica. Centro scientifico editore

Vincenzo Calvo Il colloquio di Counseling. Il Mulino

Roger Mucchielli Apprendere il Counseling. Erickson

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