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Io, tu e il luogo dell’incontro

ll concetto di “Altro”, opposto a quello di “Io” come identità, comincia con la filosofia antica e medievale.

Socrate con “Conosci te stesso e realizzati in rapporto agli altri” già presupponeva l’interazione con l’Altro come via di conoscenza di sè.

La riflessione filosofica sull’altro raggiungerà l’apice con l’esistenzialismo e Heidegger.

Chi è l’altro?

Chi è l’altro per me e chi sono io per lui?

Che ruolo gioca l’alterità nel mio sviluppo, nel mio modo di agire e sentire?

E perché riconoscere ed essere riconosciuto è di vitale importanza per il benessere dell’Io?

Quanto c’è di mio in quello che vedo nell’altro?

Quale risonanza si attiva nella relazione con l’altro, il diverso da me?

Quali emozioni sorgono, quali paure, insicurezze? Quale sicurezza e serenità evoca?

L’altro è percepito come una minaccia, un pericolo o una fonte di benessere?

L’incontro con l’altro è un tema un po’ speciale perché ci permette di riflettere su di una dimensione che va ben oltre le singole entità “io” e “tu”, oltre anche la semplice somma di queste due parti: incontrare l’altro significa essere partecipi di una dimensione terza, quella intersoggettiva.

Un territorio, questo, che di fatto non appartiene a nessuno, ma all’interno del quale giocano forze molto potenti.

Si entra nel “luogo dell’incontro”.

Entrare in questo “luogo dell’incontro” significa innanzitutto riconoscere l’alterità dell’altro, che rappresenta la base imprescindibile della possibilità dell’incontro.

L’altro, per essere tale, è colui che identifico fuori di me, separato, differente, fuori dal mio campo personale. Il diverso.

L’incontro può avvenire per svariati motivi, come curiosità o interesse, ma se esso ha invece luogo per soddisfare il desiderio inconscio di rafforzare la propria identità, allora si può persino arrivare ad aumentare la distanza e aggravare la frattura tra sé e l’altro.

Cosa intendo dire per rafforzare la mia identità attraverso le misteriose energie inconsce?

Le persone che attiriamo sono un’estensione di noi stessi, sono il nostro riflesso. Le persone che avviciniamo a noi sono il frutto dell’energia che emaniamo o per complementarietà o per affinità. A volte, coloro che sembrano così distanti da noi, hanno il compito di portare alla coscienza aspetti a noi ancora ignoti.

Per conoscersi, abbiamo bisogno della relazione, per restituire a noi stessi parti trascurate, dimenticate o maltrattate nel corso della vita abbiamo bisogno di rifletterci negli occhi dell’altro. Per conquistare la propria identità abbiamo bisogno dell’alterità.

Molto, troppo spesso, infatti, nel nostro rapportarci agli altri non riconosciamo loro una propria identità: pensiamo ai nostri figli o partner, ad esempio, rapporti solidi all’interno delle nostre vite, ma non sempre “reali relazioni” con l’altro. Capita infatti di relazionarci alle nostre figure significative come fossero estensioni di noi stessi, immagini proiettate di noi, attraverso le quali vivere o rivivere esperienze o ancora, soddisfare i nostri bisogni.

Ci illudiamo di possedere l’altro e per dimostrare a noi stessi e al mondo questo illusorio possesso mettiamo in atto dinamiche di distruzione o di conservazione.

“È mio!”, afferma il bambino prima di distruggere o tenere solo per sé il suo giocattolo. “È mio!”, afferma l’amante geloso che vuole tutto per sé l’amato. In questo possedere, l’altro viene visto e percepito come oggetto, non come valore in sé, indipendentemente dalla relazione esistente. Come risultato di ciò un triste paradosso: chi persegue il possesso è e resta irrimediabilmente solo, perché il possedere lo esclude dalla possibilità dell’incontrare. Di amare.

È la globalità di ciò che siamo che guiderà la natura della nostra esperienza relazionale: la relazione con l’altro diviene così il luogo della relazione con noi stessi. Vi contempliamo il nostro riflesso. Capita, a volte, che quell’immagine ci sia insopportabile e allora ci adoperiamo per alleviare la pena: non cerchiamo di rompere lo specchio, ma di far scomparire chi lo porta. La galleria degli specchi relazionali è quella nella quale ogni viso è una parte del nostro stesso viso. Gli altri sono noi stessi, sotto mille e una forma.

La relazione con l’altro, dunque, ci indica con estrema precisione lo stato del nostro relazionarci a noi stessi. Siamo capaci di accettare tutte le nostre parti?

Se ci riusciamo, se siamo capaci di riappropriarci, accettandoli, di tutti i pezzetti di noi con i quali investiamo gli altri, allora il nostro senso d’unità è compiuto ed apre la strada all’autentico incontro con l’altro. In questo modo scompare la sensazione di isolamento e si scopre il piacere della diversità.

In questo senso, si può parlare di convivenza: quando ci si propone la conoscenza, la relazione con l’estraneità. È importante sottolineare come l’estraneo sia una risorsa per lo sviluppo della relazione sociale. Senza diversità da conoscere imploderemmo in noi stessi.

La relazione con l’altro è alla base del nostro stesso essere.

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