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La storia di Ade - Annica Cerino
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La storia di Ade

Jennifer Lardo è una giovane donna che ho conosciuto in uno dei miei corsi di Scrittura Creativa. Una donna, una ricercatrice, risvegliata a se stessa e alle sue potenzialità. Come la Dea Artemide segue l’istinto, ascoltando i messaggi che le dimensioni sotterranee le inviano, e con la determinazione della Dea ha scelto di aggirarsi tra la natura incontaminata della sua essenza. La scrittura è uno dei suoi mezzi per esplorare nuovi paesaggi interiori.

“Mi chiamo Adelaide, ma tutti mi chiamano Ade. Sì, come il dio degli inferi. No, non sono cattiva, anzi. Mi succede tutto questo perchè sono ‘pura di cuore’, per citare mia nonna.
Mi sono sempre chiesta cosa voglia dire. Impreco almeno tre volte al giorno, come si fa con con i pasti. Quando mi arrabbio urlo, offendo le persone, ogni tanto mi scappa qualche piccola bugia. E non credo in Dio. Eppure vengo considerata ‘pura di cuore’.

Quando ero piccola questo mondo non mi spaventava. Ci ero nata in mezzo, per me era la normalità. Crescendo, invece, ho iniziato a farmi qualche domanda: perché a me? Vogliono farmi del male?
Nessuno mi ha mai sfiorato con un dito, però. Nessuno era così fisico da poterlo fare.
Andavo all’asilo la prima volta che successe. Stavo facendo colazione in cucina, a capo di questo lunghissimo tavolo di legno, proprio di fronte alla porta. Ricordo ancora il sapore dei cereali al cioccolato che stavo mangiando. Stavo guardando i cartoni animati alla televisione, e fu proprio in quel momento che vidi sbucare una mano dallo stipite della porta. Una mano trasparente, con un alone biancastro intorno, che mi salutava. Riuscivo a vederla chiaramente, eppure riuscivo a vederci anche attraverso.
Non ci pensai due volte e, ridendo quasi a crepapelle, ricambiai il saluto. Mio padre si spaventò così tanto che uscimmo immediatamente di casa, dimenticando lo zainetto.
La volta successiva ero un po’ più grande. Probabilmente ero in quinta elementare, perché mi ricordo di abitare ancora nella vecchia casa. Eravamo a pranzo, mia nonna stava provando in tutti i modi a convincermi ad assaggiare le rape, ma io non ne volevo sapere. C’era un gran baccano, la televisione era molto alta e le posate di metallo sbattevano contro i piatti.
Una signora anziana, con un cappellino in testa e uno scialle sulle spalle, passò dietro mia nonna in direzione delle camere. Fluttuava leggera, non sembrava neanche di quest’epoca.
Nonostante fui molto veloce ad alzarmi dalla sedia e a sporgermi sul corridoio per seguire questa figura, lei sparì in un batter di ciglia.
Mia nonna, che aveva visto tutta la scena, mi guardò e sorrise. Non disse nulla, non chiese nulla, ma sapeva.
Successe che poi, una sera di parecchi anni dopo, andai a dormire nella casa in montagna del mio ex fidanzato. Sua madre era una shamana: lavorava con le pietre preziose, leggeva l’energia delle persone, accendeva candele per la casa recitando incantesimi in rima. Mi guardò e mi disse: “Non preoccuparti, qua nessuno vuole farti del male”.
Inizialmente non capii a chi si riferisse, ma ci arrivai la notte stessa quando mi svegliai di colpo perché qualcuno si stava sedendo sul letto. Al mio risveglio, però, non vidi nessuno.
Iniziai a spaventarmi sul serio, a quel punto tutto ciò non mi sembrava normale. Fino a quando sei piccolo, puoi pensare di aver viaggiato troppo di fantasia, ma se ti succedono da adulto e da sobrio…bhe, qualcosa non va.
Ricordo di essermi messa le mani sugli occhi e di aver sussurrato un “ti prego basta”, con il cuore che batteva a mille.

Per anni non sentii o vidi più niente. Per anni qualcuno aveva ascoltato la mia richiesta di smettere.

“Come stai? Ti trovo bene” “Ma sì, dai, non mi lamento. Sto provando una nuova cura, sembra stia funzionando, ho decisamente più forze.” A quelle parole mi si strinse un po’ il cuore. Come potevo dirglielo nel modo più gentile possibile? “Mi dispiace. Neanche questa cura funzionerà, ti sta solo dando un po’ di tempo. Sei già morto.” Lui sorrise, un sorriso amaro ma consapevole. “Lo so”, mi disse, “Lo so bene. Devi farmi un favore però. Devi dire a mia figlia che le voglio tanto bene. Che sta facendo un ottimo lavoro, sono fiero di lei. Deve continuare così perché ce la farà.” Mi svegliai di colpo, madida di sudore. Sentivo che il cuore spingeva per uscirmi dal petto, non so se dall’emozione o per lo spavento. Gli occhi mi si riempirono di lacrime che iniziarono a riversarsi sulle guance, sul mento, per poi cadere sulla la canotta.
Non ci pensai due volte e presi il cellulare.
“Cinzia”, dissi alla mia vecchia compagna di scuola appena rispose, “devo dirti una cosa. Ti prego di non prendermi per pazza, ma ho sognato tuo padre.”
Non ricordavo neanche il suo nome, in tutti i cinque anni delle scuole superiori lo vidi solo due volte.
“Mi ha detto di dirti che è fiero di te, che stai facendo un ottimo lavoro e di continuare così”, proseguii.
Silenzio. Pensai di averla sconvolta o che avesse chiuso la comunicazione. Poi, però, la sentii sospirare.
“Ade, ma sul serio? Queste sono le esatte parole che mi disse prima di morire”.
E così questa…cosa ricominciò. Non so bene che nome darle. Dono? Dannazione? Immaginazione? Forse. So solo che divenne sempre più frequente. Se quando ero piccola passavano anni da una manifestazione all’altra, adesso passavano mesi, a volte anche solo settimane e succedeva esclusivamente mentre dormivo.
Capitava spesso di mettermi in dubbio quando sognavo persone che avevo realmente conosciuto. Una parte di me voleva credere davvero di essere speciale e di essere una sorta di ponte tra i morti e i vivi. L’altra parte, bhe, l’altra parte mi rideva dietro.
Queste cose non esistono, continuava a dirmi. Stai solo immaginando, stai solo facendo dei collegamenti assurdi nella tua testa.
Ma io continuavo a sognare e a recapitare i messaggi. Tutte persone che conoscevo, che avevo visto e che non facevano più parte di questo mondo, tutte vicine alla mia famiglia o ai miei amici.
I miei nonni spesso mi rassicuravano, di notte, dicendo di non preoccuparmi perché nel posto dove erano stavano bene. Ma in che posto erano?

Diana entrò nella mia vita quando compii venticinque anni. Una ragazza bella da fare male, con gli occhi neri e i capelli color ruggine. Così delicata che quando l’accarezzavo avevo paura di farle male. La toccavo piano, come si fa con i fiori, ma non la colsi mai. La lasciai nel suo giardino a fiorire, a profumare la mia aria.
Diana aveva un passato oscuro di cui non mi volle mai parlare. Mi lasciò sempre dei piccoli pezzi di puzzle che poi dovetti a poco a poco mettere insieme.
In psicoterapia da anni, autolesionista da adolescente, cresciuta con la zia in mezzo alle campagne verdi della toscana.
La prima notte che dormimmo insieme mi svegliai, come al solito, di soprassalto. Mi girai a guardarla e lei era così innocente ancora addormentata, spettinata di notte come di giorno. Il lenzuolo era spostato e lasciava scoperto un piccolo seno nudo.
“Mi stai fissando. Perché mi stai fissando?”
“La tua pelle lattea è ricoperta di lentiggini.”
“Come dici?”
“Niente, scusami. Non volevo svegliarti.”
“E’ difficile dormire di fianco a qualcuno che si rigira continuamente.”
Sorrisi e le baciai la fronte. Non sapevo come chiederglielo, come iniziare il discorso. Ci avevo provato varie volte ma lei finiva sempre per innervosirsi e non rispondere. Come fa la mimosa sensitiva quando la sfiori anche solo per sbaglio, che richiude tutte le sue foglie su se stesse.
Aprii la bocca per dire qualcosa, ma le parole non presero forma.
“Dillo e basta.”, mi sorprese lei.
Sospirai e cominciai a mordermi nervosamente le labbra. Solo quando sentii il sapore ferroso del sangue, parlai.
“Una donna mi ha detto che era qui per te. Che non ti ha mai lasciato veramente, le dispiace tanto essere scappata così ma non sapeva come uscirne. Ti chiede di perdonarla. Se non la perdoni non va avanti.”
I suoi enormi occhi neri si incollarono ai miei. Riuscivo a vedere la luce delle lacrime anche al buio.
“Era piuttosto magra, i capelli erano neri, lisci e lunghi fino alle spalle. La pelle era olivastra, indossava una canottiera nera e i pantaloni della tuta. Eravamo in un bagno, di fianco alla vasca.”, continuai.
A quelle parole si tirò su a sedere, prendendosi la testa tra le mani. Le lacrime cominciarono a caderle a fiotti e i singhiozzi le impedivano quasi di respirare. Non sapevo cosa fare, mi sentivo colpevole e inerme allo stesso tempo. Provai ad abbracciarla ma si divincolò per uscire dalla mia presa.
“Diana, mi dispiace, scusami. Non so neanche chi fosse, non l’ho mai vista in vita mia. Era solo uno stupido sogno, non vuol dire niente.”
Continuò a guardami impaurita e anche un po’ incredula. Quando si calmò abbastanza da riuscire a parlare, con la voce spezzata mi chiese: “Come hai fatto? Era mia madre. Si è suicidata quando avevo nove anni.”
Mi raccontò, solo successivamente, che soffriva di depressione e che era stata lei a trovarla in bagno, dove si era tagliata le vene nella vasca.
Tutti i pezzi del puzzle iniziarono a combaciare perfettamente e a farne uscire un meraviglioso, quanto triste, quadro della sua esistenza.

“Basta l’intenzione. E’ l’intenzione il segreto. Puoi accendere tutte le candele che vuoi e recitare tutti gli incantesimi che ti vengono in mente, ma se ti manca l’intenzione non vai da nessuna parte”.
Eravamo sedute al tavolo, Liliana mi versò il the bollente nella tazza.
“Sapevo, quando stavi con mio figlio, che non eri come le altre. Avevi un’energia diversa, starti di fianco mi faceva venire i brividi. In senso buono, ovviamente. Quando mi hai chiamato chiedendo di aiutarti, ho pensato ‘finalmente se n’è resa conto’. Ce ne hai messo di tempo, eh?”
Mezzo sorriso mi spuntò sulle labbra. “Pensavo di esagerare. Insomma, chi me lo dice che tutto questo non è solo frutto della mia fantasia?”
“Te lo dico io”, sbottò. “Ade, ci sono pochissime persone, al mondo, come te. Non puoi fare finta di niente e girarti dall’altra parte. E’ vero, può spaventare e se chiedi di smetterla sicuramente lo faranno, ma in questo modo non aiuti nessuno. E’ quello che vuoi? Non aiutare nessuno? Neanche Diana”.
A sentire il suo nome, il mio cuore fece un sussulto. Certo che avrei voluto aiutarla, lo avrei voluto con tutta me stessa. Se solo non fosse scappata a gambe levate, facendomi sentire una pazza da rinchiudere.
“Non puoi aiutare chi non vuol essere aiutato, questo lo sai, vero?” continuò, come se mi avesse letto nel pensiero.
Il sole era tramontato, la temperatura si era abbassata, era giunto il momento di andare.
“Liliana, ti ringrazio. Davvero tanto.”
“Metti questo intorno al collo e non togliertelo mai”, disse dandomi una catenina in mano con una pietra come ciondolo.
Una volta in macchina, la guardai bene. Era fredda e viola. Un’ametista, la pietra capace di darti ‘consapevolezza della realtà non ordinaria’, per citare Lilliana.
La misi subito al collo e la nascosi sotto al maglione. Quando appoggiai la borsa sul sedile del passeggero, le pietre che avevo avuto in regalo quel giorno, chiuse rigorosamente dentro a un sacchettino di velluto rosso, sbatterono tra di loro. Era arrivato il momento di fare sul serio.
Le settimane successive le passai chiusa in biblioteca a leggere libri su libri per cercare di immagazzinare più informazioni possibili.
Avevo scoperto che, a quanto pareva, tutti nasciamo con la capacità di connetterci con l’aldilà, ma questo dono scompare non appena veniamo condizionati con dogmi scientifici oppure religiosi. In parole povere, se un genitore dice che i fantasmi non esistono, il bambino finirà per crederci.

Il tre ottobre mi svegliai con la consapevolezza che avrei fatto una delle cazzate più grandi della mia vita.
Non sentivo Diana da diverse settimane, non rispondeva ne ai miei messaggi ne alle mie chiamate. Sua madre, tuttavia, mi apparve in sogno varie volte, chiedendomi sempre di
aiutarla; ma, non appena le chiedevo come, mi svegliavo con nient’altro che un pugno di sabbia tra le mani e un nodo allo stomaco.
Mi stavo raccogliendo i capelli in una lunga treccia, quando sentii raschiare alla porta.
Un briciolo di speranza mi si accese nel petto, Diana faceva lo stesso rumore quando cercava di entrare in casa mia ma non riusciva a trovare la chiave giusta al primo colpo.
Non ci pensai due volte e corsi alla porta, ma quando la aprii non trovai nessuno. Delusa, stavo per chiuderla quando un miagolio mi fece abbassare lo sguardo.
“E tu chi sei?”
Un altro miagolio in risposta e il gatto nero entrò in casa come se fosse sempre stata sua.
“Prego, accomodati pure”. Mi chinai a leggere il nome sulla targhetta. “Ecate. Mi stai prendendo per il culo, vero?”.
Ecate era il nome della dea della magia e della luna calante. Meno male che nel ventunesimo secondo le streghe non vengono più bruciate, altrimenti io sarei stata la prossima. A cercare il suo padrone ci avrei pensato in un altro momento, in quel momento avevo cose più importanti da fare.
La sera, e con essa il buio, arrivarono in un batter d’occhio. Mi sedetti in ginocchio davanti all’altare preparato nel pomeriggio. Diedi una rapida controllata a tutti gli strumenti e alla loro posizione: candele bianche e candele nere, incensi da invocazione, feticcio di legno con attorno un filo rosso di lana pura, quarzo di rocca per connettermi con gli spiriti, ossidiana per proteggermi da quelli cattivi, agata per evitare di farmela sotto proprio sul più bello e scappare, il tutto rinchiuso dentro ad un cerchio di sale.
Feci un respiro profondo e iniziai. Accesi tutte le candele e gli incensi in senso orario e poi recitai: “Marta Branchetti, madre di Diana Ravazzini, ti chiedo cortesemente di mostrarti”.
Silenzio. Non successe nulla. Guardai la fiamma delle candele, bruciava alta e dritta. Qualcosa non stava funzionando.
Chiusi gli occhi. “Marta Branchetti, madre di Diana Ravazzini, ti chiedo cortesemente di mostrarti”, ripetei.
Un rumore secco, proprio di fianco a me, mi fece aprire gli occhi di scatto, il cuore era una mitragliatrice nel petto. Il feticcio, poco prima sull’altare, era caduto sul pavimento. Di fianco a lui, Ecate mi guardava con le orecchie tirate indietro, colpevole.
“Sì, tu mi stai proprio prendendo per il culo”. Mi sentii improvvisamente ridicola solo per aver lontanamente pensato di riuscire a fare una seduta del genere senza avere un minimo di basi o d’esperienza. Ma chi volevo prendere in giro? Tutto quello era follia.
Spensi le candele in senso antiorario, ruppi il cerchio di sale e mi alzai sbuffando.
Ero avvilita, ma in un certo senso anche sollevata perché non aveva funzionato.

Mi misi immediatamente sotto le coperte, prima mi sarei addormentata, prima sarebbe finita quella giornata.
La quiete durò poco, però. Non sognai niente, ma mi svegliai per un rumore metallico proveniente dalla cucina.
“Ecate, vuoi smetterla di scombussolarmi tutta la casa?!” dissi tra i denti, uscendo dal letto. Un miagolio mi avvertii che la gatta, invece, era bella tranquilla in fondo ai miei piedi.
Acqua, mi serviva dell’acqua. Andai in cucina a tentoni, la luce della luna entrava dalle finestre e illuminava parzialmente la stanza. Riempii un bicchiere e iniziai a bere.

Un brivido mi attraversò da parte a parte e mi rizzò i capelli sulla nuca. Da dove poteva venire questo spiffero d’aria? Avevo forse lasciato una finestra aperta?
“Ade”, mi sentii chiamare. Lasciai la presa del bicchiere, che cadde frantumandosi in mille pezzi. Mi girai, ma non vidi nessuno. Grandioso, stavo anche iniziando a immaginarmi le voci. Tornai a voltarmi verso il lavandino e per un attimo il mio cuore smise di battere. Spalancai la bocca per urlare, ma non venne fuori niente. I piedi erano incollati al pavimento, l’intero corpo pietrificato.
“Calmati, non avere paura. Non sono qui per farti del male.” Arretrai quanto bastò per ritrovarmi di spalle al muro.
“Mi hai chiamato tu, qualche ora fa. Non spaventarti.”
Corsi con tutte le forze che la paura mi aveva lasciato verso la camera da letto. Chiusi a chiave la porta e rimasi in attesa.
“Sai, possiamo passare attraverso le pareti. Ma non lo faro perché sennò ti verrebbe un infarto. Mi metterò qui ad aspettare che tu ti dia una calmata.”

Due colpi secchi alla porta di casa. Nessuna risposta. Altri due colpi, questa volta più forti.
“Diana, se non apri subito la porta, giuro che la sfondo!”, urlai. Ancora niente.
Affranta, mi sedetti con le spalle appoggiate all’uscio. “Lo so che sei in casa. E so anche che ti ho spaventata, ma mai come mi sono spaventata io tutte le volte che mi succedeva una cosa del genere. Se non mi vorrai più vedere lo capirò, ma prima devi darmi una mano. Ho fatto un danno e adesso ho bisogno solo del tuo aiuto per risolvere. Per favore. Smettila di guardare…cosa sta guardando?” chiesi, questa volta parlando piano, rivolta verso Marta.
“Desperate Housewives”
“…Desperate Housewives. Sul serio, Diana?! Dovevamo guardarlo insieme!”
Aspettai in silenzio, un movimento dentro alla casa mi diede un briciolo di speranza.
“Sei vestita con la tuta grigia che usi quando vai a danza, e hai le calze di pile maculate. Alla tua destra hai un pacco di biscotti al cioccolato, alla tua sinistra un cartone di latte.”
La porta si aprì improvvisamente, facendomi quasi cadere all’indietro.
“Cazzo, un po’ di preavviso.”
“Potevi benissimo sapere anche questo, visto che sai tutto, no? Cosa fai, ti sei messa a spiarmi?”
“Non mi permetterei mai e lo sai.” dissi alzandomi in piedi, “Tua madre è qui.”
Non sapevo come dirglielo, quindi lo feci senza giri di parole. Mi guardò in silenzio, per poi scoppiare a ridere. “Sei venuta per prendermi in giro?”.
“Non ti sto prendendo in giro, come avrei fatto a sapere cosa stavi facendo e come eri conciata, altrimenti? L’ho chiamata io perché volevo aiutarla, ho fatta una seduta che pensavo non avesse neanche funzionato e invece, rullo di tamburi, eccola qua.”
Diana non rispondeva, continuava a fissarmi sull’uscio della porta e a guardarmi attorno, nella speranza di cogliere anche lei un particolare che la convincesse che sua madre fosse davvero lì.
“E’ seduta qua sui gradini”, indicai alla mia sinistra. “Okay, mi sta dicendo che a sei anni volevi essere a tutti i costi un maschietto e per qualche giorno hai cercato di fare la pipì in piedi; che a sette anni sulla tua torta c’era l’immagine della Sirenetta e che una volta hai avuto un coniglietto di nome…Patchouli?”. Diana annuii. “Che una volta di sei persa nel supermercato e ti hanno trovato nello scaffale dei biscotti, letteralmente TRA i biscotti.
Che quando l’hai trovata in bagno, la tua camicetta da notte si è sporcata di sangue perché ti eri avvicinata per vedere se fosse ancora viva. Che…”
“Basta.” mi interruppe. Aprì completamente la porta e mi fece entrare.
“Che cosa vuole da me? Che cosa vuoi da me, mamma?”, chiese dopo minuti interminabili di silenzio.
“Se non la perdoni, non riesce a trovare la pace. E’ la famosa ‘questione in sospeso’ che tiene bloccati i fantasmi.”
Perdonarla richiedeva uno sforzo immane da parte di Diana. Si sentiva abbandonata, traumatizzata, ha dovuto fare i conti con quella perdita per tutto il resto della sua vita e con tutto quello che comportava crescere senza una figura materna. Inoltre, aveva pochissimo tempo per farlo. Il trentuno ottobre era vicino ed era estremamente raro che il giorno di luna piena coincidesse con la festa di Samhain. Quella linea che divideva il regno dei vivi da quello dei morti non sarebbe mai stata così sottile come quella notte. Dovevamo agire il prima possibile.

Convincere Diana non era stato facile, aveva molto da digerire tutto in una volta. Ma con un po’ di pazienza, notti in bianco, domande e risposte, bhe, quasi ci dispiaceva fare andare via Marta.
La sera di Samhain ci trovammo a casa mia tutte e quattro. Dico quattro perchè la gatta ancora non se n’era andata e non sembrava averne l’intenzione.
Come per la prima volta, preparai l’altare con gli stessi identici strumenti, tranne che per l’incenso che questa volta era da allontanamento.
Nessuna di noi parlava. La tensione riusciva a tagliarsi con il coltello e insieme a quella, un misto di tristezza aleggiava nell’aria. Se ci concentravamo, potevamo quasi sentire i reciproci cuore battere.
Dovevamo stare molto attente, quella notte gli spiriti dei morti potevano camminare indisturbati tra i vivi e, se qualcosa fosse andato storto, potevano rimanere bloccati.
Ci sedemmo intorno all’altare e presi le mani di Diana nelle mie. Marta, di fianco a noi, ci guardava con dolcezza e disperazione, quello sguardo di chi sa che avrebbe visto sua figlia per l’ultima volta.
“Farò tutto il possibile per proteggerti da lì. Sarò sempre con te, in un certo senso.”
“Dice che…”
“Ti voglio bene mamma. Mi dispiace tanto non averti potuto dare un ultimo abbraccio”, mi interruppe Diana. Sorrisi. Non c’era bisogno di dirle nient’altro.
Accesi le candele in senso orario, poi l’incenso.
“Marta Branchetti” iniziai. Diana chiuse gli occhi e inspirò a fondo, il labbro inferiore le tremava. Sua madre le appoggiò una mano sulla guancia e lei la senti, la sentì tutta perché scoppio a piangere e a ridere insieme.
“Con questa seduta noi ti ringraziamo e ti lasciamo andare in pace”, conclusi.
Chiusi gli occhi. Un soffio di aria, come la prima volta, ci attraverso da parte a parte. Un freddo improvviso invase la stanza.
Quando li riaprii, Marta non cera più. Diana era ancora immobile nella stessa posizione. Ecate la fissava, la schiena inarcata e gli artigli di fuori.

“Ehi, shh, sta buona. Cosa c’è?”. La gatta prese a soffiare.
“Diana?”.
Silenzio.
“Diana…?”
Quando aprì gli occhi, mi venne un colpo. Le iridi nere e magnetiche che una volta amavo tanto erano diventate bianche, di ghiaccio. Impersonali e vuote. Uno sguardo penetrante, capace di spaccarti il petto in due e stringerti il cuore in una morsa.
“Aamon è il mio nome.” un ghigno malvagio gli esplose in faccia.
Lasciai immediatamente la presa, che fino a quel momento avevo tenuto ben salda. Aamon, Aamon. Quel nome mi diceva qualcosa, qualcosa a che fare con il dolore inflitto, qualcosa a che vedere con la capacità di nutrirsi con…
“…la sofferenza suicida”, dissi “Dove cazzo è Diana?”

EPILOGO – tre anni dopo L’attesa stava diventando straziante. Ricordo di aver provato quell’ansia solo una volta in tutta la mia vita, e cioè quando ho avuto paura di averla persa per sempre.
Il mormorio della gente si faceva via via più insistente, e i dubbi cominciarono a insidiarsi nella mia testa. Dove poteva essersi cacciata? Che avesse cambiato idea?
Ci avevo messo quattro mesi per riaverla indietro, per rivedere quella luce negli occhi che tanto mi mancava. Centoventi giorni a lottare contro gli istinti suicidi che Aamon, il demone che si era impossessato di lei, le faceva avere. Duemilaottocentottanta ore a tenerla continuamente monitorata e, a volte, sedata. Centosettantdue mila e ottocento minuti a pregare che tutto si risolvesse. E tutto il resto della vita a sentirmi in colpa.
Dovetti chiedere l’aiuto di Liliana e di un esorcista esperto per riportarla in sè.
L’improvviso silenzio della folla mi risvegliò dai miei pensieri. Mi voltai verso il portone aperto e per poco non mi cedettero le ginocchia. Un groppo in gola mi impediva di deglutire.
La marcia nunziale prese a suonare lenta, mentre Diana avanzava verso di me nel suo abito bianco di pizzo, che le fasciava totalmente il corpo e metteva in evidenza le sue splendide curve.
L’acconciatura semi raccolta la faceva rassomigliare a una dea. La mia dea.
Le sorrisi da lontano. Si poteva essere più felici di così?
Finalmente mia.
Per sempre.
Finché demone non ci separi.”

Scritto da Jennifer Lardo

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