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Il guitto grigio - Annica Cerino
corvo-barca

Il guitto grigio

Racconto di Simone Pegoraro.

In uno dei miei corsi di Scrittura Creativa ho incontrato Simone Pegoraro, uno scrittore. Ma lui, non sa di esserlo. Non ancora.

Lo stile riflessivo, dell’autore, incalza la curiosità di conoscere il seguito. L’autore sorprende il lettore tenendolo con il fiato sospeso fino alla fine, quando lo lascerà con non poche riflessioni. Buona lettura

“Vi vorrei raccontare una storia.

Ricordo ancora il tempo, un attimo appeso fra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno di ventidue anni fa.

Ricordo ancora la tensione dello svegliarsi, una mattina, come bambino e del riaddormentarsi, la notte tarda, come un fuggitivo. Non avevo commesso nessun reato perseguibile. Avevo tuttavia commesso un crimine più sottile. Io ero il colpevole ma non l’indiziato, il giudice e l’avvocato della accusa.
Ho lasciato sul comodino gli occhiali da vista e la penna. Accanto alla lampada da lettura un foglietto. Poche righe. “La gente non è buona. Re Corvo Nero”

Crimson sunrise (a change of seasons, DT)

il 1995 fu l’anno in cui ebbi la prima “rivelazione”.

Non doveva essere un giorno speciale, di quelli che segni sulle agende con un segno rosso o almeno fu quello che sentivo. Un giorno come un altro. Una mattina come tante. Senza molti dettagli. Un’ accozzaglia di contorni confusi e poco netti, fatti di gesti consueti dovuti alla mente ancora assopita.
Gli studenti nel centro città scendevano dai bus senza alcun controllo. Un vociare confuso che non volli mai decifrare. Mi ritenni sempre un uomo fortunato. Io ero quella persona che per andare al lavoro non usava la macchina ma i mezzi pubblici e li usava quando tutti erano già scesi e, soprattutto, il mio percorso era dal centro città verso la periferia. Questo mi permetteva di vivere una certa quiete.
Quella mattina, tuttavia, un vago senso di scomodità nei miei passi, verso la fermata, si fece sentire come se una scarpa avesse qualche problema e la mia postura ne risentisse. Mi guardai nel riflesso di una vetrina ma la mia andatura era pressoché normale.
Arrivò l’autobus. Come sempre, saliti i gradini, scrutai tutta la lunghezza del vano. Contai tre persone. Un anziano con un bastone, sul posto subito dietro al conducente. Un ragazzino, che probabilmente aveva altri programmi per la mattinata, seduto a metà. Una signora ben vestita in fondo seduta poco prima della fila degli ultimi sedili.
Con lo sguardo teso alla meta, percorsi i pochi metri e mi rifugiai infondo al bus. Da lì potevo avere sotto controllo tutto e tenere a distanza le persone. Distesi le gambe e incrociai i piedi.
Uno sbuffo, un sussulto e il mezzo si rimise in marcia. Le fermate si sommarono una ad una. Stranamente nessuno salì. Ne rimasi sorpreso e quel fatto non fece altro che aumentare quel senso di scomodità. Poi in rapida successione: l’avviso di fermata, uno sbuffo ed un sussulto, le porte pneumatiche si aprirono e consentirono la discesa all’anziano e al ragazzino. Rimanemmo in due. Per tutto il viaggio nessuno salì e nessuno scese.
Non riuscivo più a guardare la strada e le case passare dai finestrini. Ero fisso, con lo sguardo e l’attenzione, sulla donna. Era di spalle. Potevo carpirne pochi dettagli.
Era seduta quasi rilassata sul sedile. I capelli composti e sciolti lungo la schiena. Riuscii a vedere parte del viso e solo di profilo. Lineamenti sgraziati e tesi tradivano il fatto che quel viso non sorrideva da tanto tempo. Il vestito ordinato e dignitoso non nascondeva le imperfezioni di un corpo non curato. La borsetta sulle gambe era stretta come vi fosse stipato un tesoro. La tensione sulle sue gambe era un ticchettio continuo ed ossessivo sulla plastica del pavimento. Le mani raccontavano probabilmente di un lavoro duro. Le dita con le unghie smaltate si annodavano, giocando, fra loro.
Probabilmente si accorse che la fissavo e mi bastò leggere l’intenzione di voltarsi verso di me, per farmi cambiare destinazione al mio sguardo. Fissai per qualche secondo il finestrino opposto, fingendo di aver lo sguardo perso in un punto indefinito. Solo quando senti scemare la tensione, riportai lo sguardo su di lei.
La figura di spalle della donna la ritrovai meno fiaccata. Piu dritta come fosse, in un certo senso, riempita d’orgoglio perché qualcuno si era accorto di lei. I capelli avevano perso quello stato d’ordine di poco prime. Le mani erano lungo le cosce e viaggiarono lente ma decise ad impugnare le ginocchia. Quando le dita fecero guscio sulle rotule, si voltò decisa versa di me. Il disorientamento fu tale che io non feci a tempo a capire cosa stesse succedendo.
La sua voce disse.
“Non smetta di guardarla. La prego…”
Era come se la voce provenisse non dalle corde vocali della donna ma bensì dalle sue intenzioni.
Con un filo di voce le chiesi “Ce l’ha con me?”
Ancora quella voce impersonale mi disse: “Il mio nome è Victoria e vivo in questa metropoli da molto tempo”
“… cosa.” Riportai le gambe in modo composto e le scarpe a toccare il pavimento.
“Sei mal nutrito, la tua essenza necessita di nutrimento. e io ho ciò che ti serve. Ho il cibo che fa al caso tuo.”
Sentito questo il mio respiro fece una sorta di ansa quasi a schivare i polmoni.
Riprese a parlare ritta sulla schiena mantenendo il profilo.
“Quando inizi ad esplorare le profondità umane scoprirai che non sempre le loro storie si adeguano al contesto del loro esteriore.”
Silenzio.
“Leo, mio marito, non mi guarda. Leo non piange più con me. Leo non parla e non ho più la sua mano che corre a cercarmi. Vorrei solo capisse quanto posso essere e quanto posso fare. Quanto sono in grado di essere brava, e invece mi sfugge. Il peso di tutto questo lo sento nelle sopracciglia e non reggono più il peso. Si piegano. Leo piangi con me, amami, accorgiti di me. io sono qui… Mi sentite!? Lo sto urlando… sto muovendo una palpebra … mi sentite!? Mi vedete!?”
Il mio cuore fece due battiti. Si fermò. Riprese e continuò a battere normalmente.
“Tenga…” le sue mani incominciarono a rovistare nella borsetta e ne tirarono fuori un oggetto. Luccicante. Alla fine, davvero nella borsetta era custodito un tesoro. “la tenga come simbolo, come ricordo… come prima volta”
La donna lo lasciò cadere a terra e ruzzolò fino alle mie scarpe. Abbassai lo sguardo per prenderlo.
Era una spilla. Il materiale non era prezioso e la sua forma era quella di una farfalla. Avrei dovuto comprendere quasi all’istante che la donna mi aveva raccontato della metamorfosi. O quanto meno del suo desiderio di metamorfosi. ma non fu cosi. Non ero ancora arrivato a comprendere.
Quando tornai con lo sguardo sulla donna, e cercai di allungare la mano per rioffrirle la spilla, la rividi rilassata, quasi sgonfiata, seduta sulla poltroncina del bus. Non era più ritta sulla schiena e questa discrepanza mi fece tenere dentro quello che volevo dire. Come se non avesse avuto più senso.
Notai però che la mia posizione sul sedile era diversa. La sensazione di scomodità mi aveva abbandonato ed ero con la schiena più ritta e meno rilassata, come se una sorta di energia nuova mi avesse riempito.
Un moderno e all’antipodo John Coffe.
Ritornai ai miei pensieri ed alzai lo sguardo. La donna era davanti alla porta pneumatica pronta a scendere.
Uno sbuffo. Una frenata. L’aria che sfiata dal circuito, le porte si aprirono e la donna scese. Qualche passo e la vidi scomparire sotto un porticato.
Mi accorsi in quel momento che le ali della farfalla di latta, che nervosamente giravano come un turbinio tra le mie dita, mi avevano ferito. Presi un fazzoletto e mi tamponai per non macchiare i pantaloni.
Un sussulto e il bus riprese la sua marcia.
Conservai quel cimelio. Lo tenni per moltissimi anni rinchiuso in un bauletto di legno, che tenni sulla libreria, assieme a molti altri gingilli che, negli anni, mi furono donati. Piccoli oggetti che dovevano essere ancore perché io non dimenticassi. Perché io non dimenticassi di cosa avessi bisogno.
Quel giorno la mia strada, senza che io lo sapessi, aveva già preso una rotta diversa. Nulla di eclatante e di tangibile. Il primo, piccolo, colpo di assestamento alla rotta del treno della mia vita.

Storia di Nessuno
Crimson sunset (a change of seasons, DT) pt.1

La sapete la differenza fra un colore ed un altro in un accordo musicale? Lui la conosceva bene di certo.
Il colore sfavillante e gioioso di un accordo in maggiore. Il colore ingrigito di una giornata di pioggia di un accordo in minore. Lui lo conosceva bene.
Mezzo tono solamente. Una metà strada tra una nota e l’altra. Diesis se si sale. Bemolle se si scende. Mezzo tono solamente. Nell’accordo di Do minore il colpevole è il Mi. È lui il responsabile. Lui lo conosceva bene.
Il MI bemolle era il responsabile del colore dell’accordo. Grigio pioggia.
Fissò le chitarre ammassate nell’angolo della sala. Le aveva spostate da molto tempo dal centro della stanza. Se fossero state vicine gli avrebbero permesso di raccontare al mondo chi era e cosa avesse da raccontare. E questo non lo voleva più fare.
La sua vita aveva preso quella nota in bemolle. Non aveva più toccato una corda. Pagine e pagine di appunti su pentagrammi buttati alla rinfusa per terra. Mucchi di libri, di fumetti e di quaderni creavano piccole colonne di un tempio greco oramai in rovina. Creatura mitologica era il suo sé stesso di qualche anno prima. Quando raccoglieva idee e le appuntava su qualsiasi pezzo di carta che aveva a disposizione. Quaderno o agenda, post it o carta da riciclo. Avrebbe voluto raccontare la sua rinascita. Ma non lo fece mai.
Ogni notte, prima di addormentarsi si appuntava e progettava un piano dettagliatissimo di cosa avrebbe potuto essere l’indomani. Un fuoco d’artificio contro un cielo stellato. Un’esplosione di sapori quando si addenta del cibo per sfuggire ai morsi della fame. Un acquerello accennato di rosso sulla carta. Esplosione. Gioia e respiro. Questo doveva essere l’indomani. Già l’indomani. Tuttavia, vi era una notte che lo divideva dal domani.
Chiuse gli occhi. Il buio ed il silenzio. Non sentire più il proprio corpo ma sentirne un altro. Il corpo del sogno.
Ogni notte lo stesso sogno. Una strada. Da dietro all’angolo di un edificio spuntava un uomo. Alto ed emaciato. Zoppicava e a stento riusciva a camminargli incontro senza avvicinarsi. Un’andatura tanto incerta quanto regale. Un pastrano pesante e nero gli copriva le spalle e un cappello ornava il suo capo. Era impossibile coglierne i lineamenti. La mano dell’uomo, vestita di un guanto, gli fece cenno di avvicinarsi.
Molti metri li dividevano. Fatti due passi si trovarono vicini. Quasi l’uno addosso all’altro, tanto che avrebbe potuto definirne che odore avesse quel cappotto.

Fuliggine.

Anche l’ambiente era magicamente cambiato.
Interno di una stanza degna del racconto di Dickens. Due grandi poltrone. Il camino acceso col fuoco che violento divorava i ceppi. Ed un freddo glaciale che scivolava fra le venature del muro.
L’omo nero di spalle. Lui damerino fissava la schiena. Lentamente l’uomo nero si voltò e mostrò il suo volto coperto da una maschera. La maschera dal becco d’uccello dei dottori della peste.
“Sono un dottore… il mio nome è Belisario Crocmitèn…detto il “Mangiaguanti”. Di me soltanto ora potrai fidarti … io ti costudisco sicuro e protetto… ripeti con me…”
Lui lo guardò dal basso all’alto mentre la punta del becco lo fissava con una non espressione. Solo a quel punto Lui intravide qualcosa che la maschera non poteva nascondere. Gli occhi dell’uomo dietro a quel paravento ornitologico.

Degli occhi tanto carichi d’odio. Quell’Odio che era il figlio nato da Padre pietà e Madre amore.
Lo riconobbe. Non poté’ dargli un nome, ma lo riconobbe. Lui lo conosceva bene.
“Tu sei deforme!” “… sono deforme”
“sei inetto ed inutile!” “….inetto… inutile….”
“Non sei degno!” “…. indegno”
“Non dubitare mai di queste parole” “… non dubiterò mai maestro Belisario Mangiaguanti… non dubiterò…. sarà il mio incedere …”
Lui alzò lo sguardo e lo riposò in mezzo al becco. Padre Pietà e Madre Amore tornarono a farsi largo fra le luci nelle pupille dell’uomo dal pastrano.
Un crepitio furioso dal camino. Lo sguardo di Lui che si voltò a scoprire cosa fosse. Qualcosa lo colpì alla fronte. Chiuse gli occhi. Li riaprì e si ritrovò per terra, davanti al divano del suo appartamento, con la testa a baciare il pavimento freddo e impolverato. Si triò su sulle braccia. Si volto a destra ed a sinistra. Fissò ad uno ad uno tutto il disordine di libri e quaderni che costellavano lo sfondo di casa sua.
Allungò una mano. Trovò un post it della sera prima. Piccola annotazione. Tratto da un film. I film erano i suoi alibi per nascondersi. Come la musica, i libri, i fumetti. Ma al contempo erano i suoi insegnanti nella vita reale.
“Il cuore non trema. Ti aspettava tempo fa. Sei la risposta per sciogliere i dubbi miei”
La speranza che quelle parole contenevano chiuse come uno scrigno ammaliante gli fecero ribollire l’anima.
Prese un cuscino del divano. Lo triò a sé e con tutta la forza che aveva nel petto crepò la voce urlando “MI AVETE ROTTO…”
Il cuscino partì come un razzo e, attraversando l’appartamento, abbatte’ ogni cosa. Si fermò contro una sedia del tavolo che si inclinò, senza cadere, incastrandosi sotto al tavolo.
Fissò quel disastro non calcolato. Prese il primo pezzo di carta che ebbe a portata di mano e scrisse.
Cancellò e riscrisse.
Accartocciò e scrisse ancora.
Si sentì piegato, arreso, silenzioso. Chiuso ermeticamente. Incompreso. Colmo di rabbia, che un giorno era gioia. Gioia che stantia è rimasta chiusa nel suo cuore e che da lì, avariata negli anni, si era trasformata in rivoluzione. Rivoluzione ed implosione.
Lui prese il soprabito. Prese il cappello. Aprì la porta e se ne andò.
Nella tasca il foglietto con scritto. “la gente non è buona. Re Corvo Nero”

Non è successo Nulla.
Il quotidiano. Una tazza di caffè rovesciata. Una matita ed un foglio. Il primo intonso e l’altra con la punta spezzata. Una sedia rovesciata. Tra lui e la porta, serrata, il tavolino che sosteneva tutto quel peso. Mozziconi di sigarette sparse per il pavimento. Un puzzo di stantio veleggiava, come un veliero solca i mari, tra gli spazi vuoti della stanza riempiti dall’aria. Finestre chiuse già da qualche giorno.
La porta rimaneva muta. Il battito, del tacco delle sue scarpe, si faceva sempre più nervoso e si adeguava con quello del cuore. Le dita ammantavano le estremità dei braccioli della poltrona in una morsa serrata.
S’alzo di scatto e fece un giro per il tavolino. Sul quotidiano una macchia di caffè rendeva impossibile leggere ogni notizia. Il taccuino, mai aperto per essere riletto, non fece altro che aumentare quell’ansia.
Non è successo nulla. Lo dicevano tutti quei segnali sparsi in quella stanza. Poteva essere in qualche modo un piccolo presagio.
Nella sua testa si annidava una tremenda lotta di ricordi confusi. Tutto inserito in una nebbia che gli impediva di rimarcare i contorni. Aveva lasciato una tonnellata di segnali lungo la sua strada. Doveva solo avere il coraggio di comprenderli. Di metterli l’uno accanto all’altro. Come ad una caccia al tesoro. Non poteva sbagliare. Erano cosi chiari da comprendere. Se si possedeva la chiave per ricostruire tutto. La chiave di lettura ovviamente. Ma quella chiave d’orata, per quanto preziosa e luccicante, era sempre la più difficile da trovare nascosta nel trambusto delle cose.
Rimise in piedi la tazza. E spostò il giornale. Tra la macchia del caffè si poteva, a fatica, leggere di un ritrovamento di una bambina sparita. Poteva solo sperare che fosse lei. il nome e l’età erano illeggibili. Forse qualcosa aveva girato nel verso giusto. E forse quella porta, qualcuno l’avrebbe aperta. Forse proprio quella bambina. Forse e solo se avesse avuto quella dannata chiave.
I capelli e la barba prudevano. Se li grattò ferocemente, più per frustrazione che per lenire il senso fisico. Calpestò qualche mozzicone e rigirò, circumnavigando, la poltrona. Un respiro e poi dalla porta un rumore. Un tonfo. Come se qualcuno fosse caduto.
Si precipitò allo spioncino ma non ebbe il coraggio di guardare. Appoggiò un orecchio alla porta cercando di decifrare qualche rumore. Qualsiasi rumore. Nel vociare confuso ed ovattato che il legno permise, non sentì nulla di diverso. Le solite urla dei vicini che litigavano per delle briciole sul terrazzo. Un cane che abbaiava per chissà quale intruso. Una sirena in lontananza indecifrabile.
Nulla, insomma, che potesse essere associato con il rumore dei passi che stava aspettando. Si fece coraggio e guardò dallo spioncino. L’occhio ci mise qualche secondo per mettere a fuoco quel che c’era al di là della porta. Una grande immensa crepa sull’intonaco del muro si stagliava come un imponete monolite di qualche antica civiltà. Non c’era nulla di insolito. Non c’era nulla e basta.
Voltò le spalle alla porta e gliele appoggiò contro in segno di disprezzo. Batte’ due colpi con la testa e si distaccò dal legno con un gesto di stizza dei pugni delle mani. Non era possibile si ripete’ in testa. Si era fatto ingannare o aveva sottovalutato l’ermetismo simbolico di tutto quelle briciole che aveva lasciato per strada. Poteva essere che non avesse capito? Poteva essere che si fosse persa ancora? Poteva essere che non avesse compreso quel che nascondeva? Si poteva essere che a tutto questo la risposta fosse stata “no”. Poteva essere anche il contrario. Che a tutte quelle domande la risposta fosse stata semplicemente si.
Riprese a passeggiare. Un calcio ad una lattina e questa volò fino all’altro capo della stanza rimbalzando sulla parete e fermandosi vicino al frigorifero. Spento e con la porta aperta. Dentro oramai non c’era più nulla da conservare. Era tutto rimestato fuori in giro per la stanza.
Tentò di fare un po’ d’ordine. Si disse che forse non era ancora arrivata perché quel posto era indecente. Non poteva accogliere qualcuno in quello stato di abbandono cronico. Un minimo di dignità si disse e rassettò la stanza alla bene e meglio. Fece apparire un poco più accogliente quel mondo confinato in quelle quattro mura.
Si risistemò i capelli e si pettinò la barba con le mani.
Spostò la poltrona e la mise bene bene in mezzo alla stanza. Dritta davanti alla porta chiusa.
Attese ancora. Attese e si disse che adesso dovesse arrivare. Doveva per forza aprire quella dannata porta. Doveva accettarlo per com’era. Doveva vedere oltre. Ora aveva la chiave in mano.
Un tonfo ancora oltre la porta. Un tonfo ed un passo.
Lui si sentì risucchiare dalla poltrona.
Silenzio. Poi uno sferragliamento di chiavi. La sua mandibola si serrò in un morso di tensione.
Sentì distintamente la chiave entrare e girare. Due mandate e la porta non era più bloccata.
Le dita si strinsero nuovamente attorno ai poggia mani della poltrona. Stretti.
L’ultimo giro di chiave e la porta si sbloccò. Si aprì una piccola fessura dallo stipite. Vi entrò aria nuova e pulita. Forse vide una piccola scintilla entrare ma non era così sicuro.
Fermo, immobile come una statua di granito, si senti pesante sul suo indegno trono.
Nessun’altro rumore. Nessun’altra azione. Riprese le forze e si alzo dalla poltrona.
Ancora i passi pesanti per arrivare alla porta. Una mano sullo stipite per tenersi su. E l’altra sulla porta per aprirla. Un cigolio. Mise la testa fuori e vide quello che c’era de vedere. Un corridoio vuoto e quella immensa crepa sul muro. Non vi era altro che questo. Nulla. La richiuse. Quattro giri di chiave e la porta era di nuovo come sprangata. Si rimise in attesa.

Anche quel giorno non era successo nulla.

Child is my name
(Kampetrol)

Pagliaccio. palla pallida
Preme sul petto la passione
Piagnucola paccottiglia
Penose piroette per passione

Piagnistei pensati per prendere pena.
Pressa il peso del pessimo panegirico
Pincerna, pagliaccio o panegirista?
Piede. Punto passo. Piede. Punto passo… piroetta

Inizia la danza. Il ballo finale. Ed io non so ballare. Punto il piede a terra. Porto avanti l’altro. Faccio una piroetta. Il ballo del passato che ammanta il presente. Disgraziato mi sento a vedermi riflesso, sul vetro della finestra, in tutta la mia goffaggine.
Un pianoforte suona in lontananza. Forse dietro qualche muro più in là alla mia destra. Ombre si allungano contro lo stesso muro che mi divide. Appoggio l’orecchio al mattone freddo.

La rotondità e la complessità di quell’accrocco di suoni ordinati. Puliti.

Appoggio una mano per sentire meglio. Le vibrazioni. L’aria che spinge il suono non ha confini. Vince tutto. Isolato in questa prigione di muri di seta. Quella parete dall’intonaco arancione irradia l’onda di suoni. Posso sapere e posso immaginare. Dita che sfiorano tasti bianchi e neri. Leggera incertezza. Musicalità. Un abito nero a coprirne il corpo. Lo sento e la vedo. Un alito di vento fra il mio orecchio e il muro. Una goccia di vita.
Spingo la mano verso il muro e me ne distacco con la testa, lasciando lì il palmo a sentire le vibrazioni. Nonostante il distacco la sento ancora. Ora il pianoforte disegna un volo. Vedo anche questo.
Ricomincio a vedere. Fortunatamente non con gli occhi. Ma con l’anima. Le note sono tratti di pennelli che disegnano lo stesso turbine che si trova nei cieli notturni di Saint-Rémy-de-Provence. Vedo quel blu dipingersi materico addosso alla parete.
Ribolle qualcosa nell’anima, lo sento. Sono vicino alla porta per uscirne. Volgo lo sguardo e mi capacito di dove sono rispetto alla stanza. Dietro alla poltrona. Dietro al tavolino. All’antipodo della porta. Contro la parete opposta.
Volgo le spalle e proietto la fronte e lo sguardo verso l’uscita. È li. In fronte a me. Oltre la porta solo la crepa ed il corridoio vuoto.
Ora, alla mia sinistra, sento ancora il pianoforte suonare. Lo sento anche se non appoggio l’orecchio. Il mio piccolo sentimento danzante, per fortuna, è svanito. Rimango fermo, in piedi come una stele. guardo le mie mani, aperte a coppa davanti a me all’altezza della pancia. Le porto alla gola, immaginando di portare energia dalla terra. Voglio urlare ma taccio. Nessun suono le riporto verso il basso e vedo le mie scarpe. Coperte di fango secco. Allora sono riuscito ad uscire da questa stanza. Non sono in prigione.
Il pianoforte alla mia sinistra incalza di ritmo e di volume. Volgo la mia attenzione vero il suono e vedo una pala appoggiata al muro. Non me ne ero mai accorto. Accanto alla pala un foglio stropicciato. Faccio due passi e lo raccolgo. Vado verso la poltrona e lo apro sul tavolino. Con le mani, sudate dalla tensione, lo liscio per renderlo leggibile.

Wathatha ifosholo waqala ukumba. Kuthathwe ekugxilisweni kakhulu kangangokuba ubuso bakhe babunqwabelene ngokubomvu okukhanyayo okucwebezele umbala wegolide wezinwele zakhe. Ukushayeka kwesinye nesinye, ukushaywa okubhekise emhlabeni kuphakamise ukuqubuka okunsundu nokungaphumeleli. Okubulalayo kwakuyisivunguvungu esinamandla sesiphepho esasingezansi. Wayefuna ukushesha ukuze angaqedi izinsalela ezintekenteke futhi angakhombisi lokho … … Isiqhwaga besimba.

Kusuka ngemuva komnyezane amehlo amabili emba umkhathizwe futhi abukeka enamahloni. Uhlole sengathi ngumbala ongalungile kublue wesibhakabhaka ngemuva kwakhe. Wayenezinwele ezinde, ezingcolile nezingcolile. Wayenezindilinga ezijulile ezimnyama ezazilenga okokulengiswa kusuka phansi kogodo. Wayesaba kuphela umgodi ombiwe kanye naye uqobo … … UNull wayebukele.

Ukuduma kwezulu kuphule ukuthula kwekristalu nokuqhekeka buthule, kepha njengombani, banamathela ndawonye nesikhathi, ogwadule olukhohlisiwe olwaluzungezile. Isiqhwaga sibuyele emuva … INull iqoshama ngemuva kwegxolo.

Ubani okhona- kusho isiqhwaga. -… – uNull uzizwa engamaparele emanzi emzimbeni wakhe wonke. Uhambise izinwele zakhe zegolide waqala ukudlwengula umoya ngefosholo, ephinda futhi ethuka okwenja ehlanya isihlahla.

Akekho owathutha. Watshala ifosholo emhlabathini ngesibindi. -Phuma lapho … angisabi … – uNull akazange anyakaze nokunyakaza.

-Ungubani!- futhi isiphepho sasiqhubeka …

kusho uNull … -Ngingathanda ukuqonda kulabo asebeke bafa esikhathini esedlule ukuthi bafe kanjani-

Isiqhwaga asizange sinyakaze. Angikhulumi. Angicabangi kanjalo. Akaphindanga wenza lutho. Wahlala esivunguvungwini. Amehlo avulekile.

UNull wanyamalala. Akekho owazi lutho olunye. Isiqhwaga sishintshile. Izinwele ezinde. Uvalo. Izikhwama zamehlo.

Isiqhwaga Siyize.

Umoya wahlikihla umnyezane. Isinyathelo ngesinyathelo, isikhathi sibeka imibimbi ebusweni. Kwaphela konke kwaqala futhi.”

Dannazione. Totalmente illeggibile.

Non riesco a capire. Non riesco a leggere. Non riesco… io non riesco. “IO NON RIESCO!” La voce, la voce mi sta uscendo. È uscita. Ha rotto le barriere. Le mani tremano.

Ho urlato, penso. Poi un tonfo. Un altro tonfo. Un altro ancora.

Colpi sopra colpi. Ritmici. Sono un ritmo.

Un ritmo che si sposa con l’incedere delle note del pianoforte. Arriva da destra. Mi alzo dalla poltrona spingendo il tavolino in avanti. Si piega, inciampando su di una piega del tappeto e cade rovesciando a terra tutto quel che sosteneva. In piedi come un essere in verticale, spingo la porta con lo sguardo. Ma nessuno scricchiolio ne tanto meno un suono di chiavi che lavorano negli ingranaggi della serratura. I timpani a destra suonano un ritmo quasi indigeno ed il pianoforte a sinistra lo segue senza troppi timori. Il foglio illeggibile rimane a terra. Il giornale con la sua macchia di caffe’ è scivolato sotto la poltrona. Sospetto per difesa. Stava per esplodere qualcosa. Ma nessuno di noi sapeva che cosa potesse essere. Nessuno di noi. Che strano dire nessuno di noi. Noi chi? In questa stanza ci sono solo io ed alcuni oggetti inanimati. Forse i musici al di la delle pareti? Non credo. Non credo nemmeno si rendano conto della mia presenza. Stanno comunicando fra loro. Non con me. Ora il duello è tra me e quel pezzo di legno che mi divide dalla liberta’. Sento un filo di vento che mi lambisce i capelli. La fisso. Sei mia. Sei pronta ad essere aperta. Nella mia testa appare l’immagine nitida della reale genesi di tutto questo. Non era stato il giorno nell’autobus. Era stato molto prima. La pala ,ora ricordo. La pala è stato il simbolo. Il simbolo di quel giorno dove davvero tutto è cominciato. Il Bullo che si trasforma in Nullo. Ed il Nullo che per rabbia si trasforma in Re Corvo Nero. Con i suoi incubi e con le sue angosce. Eccolo il reato di cui ero colpevole. Ho ucciso me stesso adeguando me, che sono una risposta, ad un mondo che mi chiede sempre e solo una domanda. “sei come noi ti vogliamo?” Ed io ho sempre risposto si… sono come voi mi volete. Adeguato come un uncino alla vostra spina dorsale. Assecondando la vostra curva lombare. Ma l’uncino è un arma e sono pronta a scattare, con la stessa rapidita’, con cui la cuspide dello scorpione si conficca nella schiena della rana mentre guadano il fiume. È la mia natura. È la mia natura. È la mia… natura…

“E’ LA MIA NATURA!!!!” L’urlo squarcia il silenzio. La toppa della chiave si muove. I timpani alla mia destra diventano furiosi. Il pianoforte alla mia sinistra diventa quasi baccano. Quattro giri di chiave. La porta non ha piu la protezione della serratura. La maniglia, spinta da una forza invisibile s’abbassa. E si apre. Questione di una manciata di secondi che puo’ tradire un senso di simultaneità. La porta si apre. Da dietro di me, insieme al piano e ai timpani che percuotono, il muro si crepa ed un’immensa forza di suoni d’archi, viole, violini, violoncelli contrabbassi, esplodono all’unisono.
Un immensa forza d’urto come un esplosione ammanto’ la mia schiena e mi alzo’, come il vento alza una piuma, e mi spinge attraverso la porta aperta fino a sbattere con la spalla contro al muro. Addosso alla crepa. Caduto a terra mi rialzo. Frastornato e dolorante. Dolore nelle ossa, nelle giunture. Ansia nel cuore. Giù nello stomaco gioia. Gioia e libertà. Il corridoio davanti a me. A sinistra la crepa un po’ più profonda e dietro di me la porta di nuovo chiusa. Dietro quella porta tutto il lerciume ed il disordine. E la pala. Ed il foglio illeggibile. Ora in fronte una luce. Una luce nuova. Il sole? La Luna? Non lo so. Una vita a tapparelle abbassate e adesso, questa luce innaturale mi ricorda di un ragazzino dai capelli rossi , di una vita passata in miniera e dello stupore che provava a guardar le stelle.

Quello stupore la mia anima, che per troppo tempo si è nutrita dei fantasmi altrui, aveva bisogno. Stupore di un bambino.

Bambino è il mio nome. Bambino

Scritto da Simone Pegoraro.

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