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Ce la faremo!!!

In tempi lontani dalla pandemia del Coronavirus io ho scritto questo articolo che è divenuto la presentazione di un convegno.

Non mi piace dover imitare mia nonna quando diceva “ah, ma io l’avevo detto!!” Ora lo stiamo capendo da soli , senza maestri che ci indichino la strada, senza guri dell’ultima ora che fanno roboare la loro voce nell’aria con le loro profezie, inniettano il timore di un futuro lontano.

Qui ed ora, non ci sono guru e il futuro è già iniziato.

Ma io ho fiducia nell’essere umano e so che ce la faremo anche davanti gli apocalittici momenti che ci aspettano.

Quando guardo al mondo io sono pessimista, ma quando guardo alla gente io sono ottimista.” Carl Rogers

Buona lettura.

Se l’uomo arrivasse a sentirsi un tutt’uno con l’ambiente che lo circonda, si renderebbe conto che, danneggiandolo, non sta recando danno ad altri che a se stesso. La frattura che l’essere umano percepisce tra sé e il mondo, infatti, è alla base del comportamento dissennato che, anno dopo anno, sta conducendo il nostro pianeta al deperimento e l’uomo a una crescente conflittualità.

Ciò che oggi manca è la consapevolezza dell’innegabile continuità tra natura e uomo: è questo che ha condotto quest’ultimo a ergersi a giudice delle sorti della Terra, assecondando una inesauribile brama di potere ai danni del contesto in cui vive.

Quello di una presa di coscienza, quindi, è attualmente un problema quanto mai concreto e urgente, dalla cui risoluzione dipende il futuro dell’umanità.

È per queste ragioni che risulta fondamentale ristabilire la connessione tra gli individui e tutto ciò che li circonda, renderli consapevoli del posto che occupano e soprattutto del fatto che nessuno potrà mai definirsi una monade impermeabile ai problemi dell’ambiente in cui vive.

Occorre sensibilizzare l’uomo, invitarlo a distogliere lo sguardo dal proprio piccolo mondo fatto di tecnologie, che, gradualmente, stanno erodendo lo spazio delle relazioni materiali, del contatto autentico tra esseri umani.

È dalla persona, dunque, che bisogna ripartire se si vuole incidere a fondo sull’atteggiamento dominante nei confronti dell’ambiente inteso in senso lato. Accentuando fortemente la distinzione tra un interno e un esterno, tra un “noi” e un “altro”, non si è fatto altro che giustificare il disinteresse nei confronti della realtà circostante, relegata nella categoria di cosa lontana, il cui danneggiamento non può in alcun modo riguardarci. L’uomo si percepisce come separato dai suoi simili e ancor più come separato dal mondo naturale: oltre l’io, spesso, si vede soltanto un utile da poter sfruttare. Ogni alterità è ridotta a oggetto, disumanizzata.

Per invertire tale tendenza e generare un cambiamento significativo si rende necessaria, agli occhi della persona, una umanizzazione della natura e, in maniera complementare, una naturalizzazione dell’uomo, che permettano di far sentire in modo immediato, prima ancora che far comprendere con la ragione, che non esiste interno ed esterno: l’uomo è parte integrante dell’ambiente in cui vive e l’ambiente è una sua estensione.

In definitiva, obiettivo di ogni tentativo di cambiamento in tale direzione si può dire che sia quello di riumanizzare l’uomo stesso, attraverso un approccio transpersonale, che includa anche l’ecopsicologia.

Riumanizzare l’uomo equivale a fargli comprendere che prendersi cura di se stesso vuol dire anche prendersi cura del mondo che lo circonda, abbandonando l’ottica di predominio che fino a questo momento ha guidato il suo operato.

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