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The Creative Connection - Annica Cerino
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The Creative Connection

Il processo creativo si rivela terapeutico così come la terapia è un processo creativo: su questo assunto si fonda  The Creative Connection.

La connessione creativa intesa come integrazione tra le arti espressive hanno il fine di portare l’integrazione e l’equilibrio necessari al nostro mondo. Natalie Roger mette subito in chiaro che le arti, che saranno al centro della trattazione, non hanno una funzione puramente ludica, ricreativa, esse piuttosto assumono l’onere di restituire l’equilibrio e l’integrazione nel mondo.

La connessione creativa che include le arti figurative, il corpo, il movimento,  la scrittura, la musica, la meditazione e l’immaginazione ci conduce ad illuminare spazi ancora in ombra di noi stessi.

Ci guida, attraverso il suo modo spontaneo e diretto, ad un’espansione della nostra consapevolezza, la quale non rappresenta il fine ultimo del processo, ma è solo una tappa obbligata che  favorisce l’unione di tutte le parti di cui siamo fatti. A questa connessione che si muove, in modo invisibile, dentro di noi ne corrisponde un’altra che procede verso il mondo. “Pertanto, più il nostro viaggio procederà verso l’interno, alla scoperta della nostra essenza o del nostro personale senso di integrità, più scopriremo la nostra forte connessione con il mondo esterno. L’interno e l’esterno convergono e si fanno tutt’uno” (Husserl)

È possibile ricostruire un intero sistema filosofico sul quale si basano le pratiche descritte nell’opera e non possono sfuggire i riferimenti teorici sulla modalità di interazione con il cliente, che sono propri della terapia centrata sulla persona del noto psicologo statunitense Carl Rogers, padre di Natalie Rogers. Sulla base delle teorie paterne vengono ad assimilarsi le conoscenze e le teorie di Carl Gustav Jung. E’ la madre, Helen Elliott Rogers, artista di talento, la fonte del suo interesse per le arti. Tuttavia l’opera è anche proiettata verso il nuovo, verso la sperimentazione di strade mai battute.

Al di là dei riferimenti teorici, la prima maestra di Natalie Rogers è sempre e comunque l’esperienza. È costante nello scritto il richiamo alla pratica, al lavoro in vari contesti, prima ancora che a qualunque teorizzazione, e se la terapeuta statunitense può garantire sull’efficacia del suo metodo, è perché lei stessa per prima lo sperimentò largamente, integrando le arti all’interno del suo percorso professionale, portando a un’evoluzione il metodo elaborato dal padre, con il quale cominciò a lavorare all’inizio degli anni Settanta.

In The Creative Connection, quindi, non v’è nulla che l’autrice non abbia vissuto in maniera diretta e attentamente vagliato in prima persona. D’altronde la sua lunga carriera, che la vide tenere corsi in tutto il mondo, dall’America, all’Europa, all’Asia, costituisce la prova più evidente del valore del suo lavoro. 

Questo essere un tutt’uno della donna con il suo operato professionale, costituisce un tratto caratteristico di Natalie Rogers, che emerge con chiarezza dal suo libro, lasciando intravedere i tratti di una personalità dinamica e fuori dal comune.

Il metodo di Natalie Rogers, pioneristico per l’uso che ne fa, è stato fatto proprio dai professionisti del Centro Sarvas, i quali hanno potuto sperimentare direttamente, con la pratica, l’efficacia del metodo centrato sulla persona integrato con le arti espressive, toccando con mano i risultati. E d’altronde lo scopo dell’autrice è proprio quello di mettere la sua esperienza al servizio degli altri, soprattutto dei professionisti dell’aiuto.

Per capire il senso dell’integrazione tra le arti, della connessione creativa appunto, è necessario fare un passo indietro e considerare il concetto stesso di “arte” che emerge dall’opera di Natalie Rogers.

Che le diverse arti, come la danza, la musica, le arti figurative e la narrazione, siano parte di un unico grande processo, nei tempi antichi, era cosa nota; l’uomo moderno, tuttavia, come è possibile constatare con facilità anche solo guardando al panorama artistico contemporaneo, ha perso consapevolezza non soltanto circa la connessione tra le arti, ma anche e soprattutto nei confronti della loro funzione, che è quella di rendere le persone pienamente funzionanti e creativamente umane.

Vi è quindi una relazione ancestrale tra l’uomo, il mondo e le arti, laddove queste ultime rappresentano il termine medio che consente un proficuo collegamento tra gli altri due elementi.

È possibile affermare, nell’ottica del lavoro di Natalie Rogers, che alla perdita di connessione tra le arti corrisponda anche una perdita di connessione tra l’uomo e l’uomo, nonché tra l’uomo e la natura; danza, canto e arti figurative hanno la capacità di energizzare il corpo, evocare sensazioni e creare legami tra i membri di una comunità. Se si guarda a ciascuna arte come a qualcosa di slegato rispetto alle altre l’effetto cambia, il processo si interrompe e vengono meno le funzioni principali che Natalie Rogers attribuisce alle arti stesse.

Questo avviene perché la Connessione Creativa prevede che entrino in gioco tutti i sensi e, con essi, l’intera mente; come è facile immaginare, invece, concentrarsi su una singola arte può isolare e amplificare un unico senso, rendendolo prevalente rispetto agli altri.

L’integrazione tra le arti, al contrario, chiama in causa il corpo nella sua interezza.

Natalie Rogers specifica ulteriormente il proprio pensiero, affermando che il suo scopo è quello di ispirare il lettore dell’opera a riscoprire la propria innata abilità creativa con piena libertà di espressione di sé. Proprio questa riscoperta, che diventa poi libera espressione, è per l’autrice la chiave della guarigione e della trasformazione.

Proseguendo, come si può dedurre da quanto fin qui detto e come esplicitato dall’autrice  la creatività umana è qualcosa di innato, che ciascuno possiede dentro di sé, per questa ragione lo sviluppo delle capacità creative coincide con una vera e propria ri-scoperta, quasi fosse un ritorno alla profondità originaria di sé.

Quello che suggeriscono le parole di Natalie Rogers, è proprio un cammino di ritorno dentro di sé, che è al contempo un riportare alla luce qualcosa di talmente antico da essere stato dimenticato. Solo riscoprendo questa origine, così intima eppure tanto sconosciuta, si può dare inizio alla guarigione e alla trasformazione.

Ritorna, dunque, il richiamo a una dimensione ancestrale, la stessa nella quale le arti erano ancora integrate tra di loro.

Va evidenziato anche il fatto che per l’autrice tale processo di ritorno in sé deve avvenire in piena libertà, di qui la dimensione del piacere, che allevia la fatica della ricerca dentro se stessi.

Come auspica l’autrice, la sperimentazione personale, dell’autoesplorazione attraverso questo metodo può costituire il punto di partenza per una futura attività professionale.

Dimensione personale e professionale, nel pensiero di Natalie Rogers, hanno confini sfumati, in quanto lo stesso metodo che funziona se sperimentato su di sé, può essere impiegato in ambito professionale, anzi ciò è preferibile, nella misura in cui il professionista che abbia avuto esperienza diretta dell’espressione del sé avrà di certo una consapevolezza maggiore della materia.

D’altronde The Creative Connection intende essere una guida non soltanto per figure professionali, ma per chiunque abbia l’intenzione di preparare il terreno per l’esplorazione del sé e per la conseguente espressione.

L’autrice mette in evidenza che tale processo va sperimentato per essere compreso, spiegarlo a parole risulterebbe infatti del tutto insufficiente.

La stessa Natalie Rogers si mette in gioco in prima persona, dimostrando cosa in effetti voglia dire assottigliare i confini tra la donna e la professionista, tra il proprio sé e il lavoro che si svolge.

Tornando all’origine dell’integrazione tra arte e psicologia, Natalie Rogers, come persona e come terapista, riassume in sé e porta all’evoluzione quanto le hanno trasmesso la madre e il padre, facendo tesoro sia dell’amore per le arti ereditato dalla prima, sia delle grandi innovazioni in campo psicoterapeutico apportate dal secondo.

È l’esperienza a insegnarle come questi due elementi, l’arte e la psicologia, possano essere combinati insieme per dar vita a un metodo nuovo ed efficace.

I maestri di Natalie Rogers, da questo punto di vista, furono i bambini, per i quali le arti rappresentano un modo del tutto naturale di esprimersi. Più dell’adulto, il bambino sembra essere vicino a quel sé originario che con il tempo si impara a seppellire sotto la più rigida ragione e che solo le arti riescono a rievocare nella sua purezza.

Per arrivare a queste conclusioni, fu probabilmente utile all’autrice il lavoro svolto presso una scuola per bambini con disturbi emotivi, lavoro dopo il quale Natalie Rogers trovò impiego nelle cliniche psichiatriche, continuando tuttavia la pratica privata.

Durante questi anni di lavoro con adulti e bambini di ogni tipo, ebbe modo di constatare l’efficacia delle arti nel processo di espressione dei sentimenti e questo la portò a perfezionare l’approccio centrato sulla persona elaborata dal padre, includendovi le arti espressive.

Sono anni di intense osservazioni quelli che conducono l’autrice a elaborare un metodo innovativo e pienamente funzionante, anni che si concludono con un programma intensivo di training di arti espressive incentrato sulla persona. Da questo programma Natalie Rogers esce arricchita e, soprattutto, ancor più convinta dell’efficacia del suo metodo, dal momento che ha potuto assistere direttamente all’evoluzione delle persone coinvolte.

Non si può dunque utilizzare il metodo rogersiano senza sentirlo pienamente proprio, senza che lo si comprenda a fondo a livello emotivo e sensoriale prima che razionale. Le parole dell’autrice sono anche una sorta di monito, capace di dissuadere chi non sia disposto a dedicarsi anima e corpo al duro lavoro di scoperta del sé. Prima che di professionista. La prima tappa di questo cammino dentro se stessi che Natalie Rogers delinea è l’auto-sperimentazione.

L’uso terapeutico delle arti non implica certo l’essere artisti, in quanto il fine non è affatto la creazione di un’opera d’arte, il fine è l’espressione in sé, il processo. La dimensione giocosa può facilitare l’attenzione sul piacere di  fare arte, di produrre qualcosa, e di non pensare al risultato del prodotto finale. Restituendo, in questo modo, tutto il “piacere infantile” della creazione.

L’osservazione delle modalità di espressione del cliente, inoltre, può servire al terapeuta per comprendere in maniera più diretta il suo mondo; pur riconoscendo l’importanza dell’espressione verbale, sulla quale la psicoterapia si è da sempre basata, Natalie Rogers ammette che il linguaggio non verbale può essere di gran lunga più illuminante, perché più diretto.

Ci tengo a riportare una bella metafora, che l’autrice porta avanti a intermittenza per molte pagine: in ciascuno di noi c’è un giardino segreto, dove il nostro vero sé abita. Qualunque cosa nasca in questo luogo può essere usata nel processo creativo.

Di certo Natalie Rogers trae dal padre il substrato filosofico del suo metodo, l’attenzione centrata sulla persona, la stessa divisione tra fattori interni ed esterni nella definizione di un ambiente favorevole alla creatività, ma non si può certamente ricondurre interamente il suo approccio all’orbita paterna.

In un certo senso, con l’introduzione delle arti, Natalie Rogers porta alle estreme conseguenze il metodo introdotto dal padre, individuando il fattore capace di riconnettere concretamente, mediante l’azione, uomo e mondo.

Non a caso, alle due condizioni esterne per favorire la creatività individuate da Carl Rogers (sicurezza psicologica e libertà psicologica), Natalie ne aggiunge una terza: offrire esperienze stimolanti e galvanizzanti.

Rispetto ai primi due, questo terzo fattore si caratterizza per la maggiore dinamicità, presuppone un ruolo più che attivo del cliente. La dimensione dell’esperienza pratica, sembra mancare nelle condizioni individuate da Carl Rogers, laddove, invece, Natalie sembra indicare la via della sperimentazione continua, dell’abbandono delle strade sicure, delle regole prestabilite, per poter dare maggiore possibilità al proprio sé di esprimersi mediante il corpo e i materiali artistici.

Natalie Rogers pare essere consapevole del fatto che solo sgombrando il campo dal rigore delle norme imposte dalla società e dai muri che ciascuno innalza nella propria mente è possibile creare lo spazio necessario perché il vero sé emerga.

I capitoli successivi dell’opera sono efficacemente riassunti in poche righe dall’autrice stessa. Oltre al tre, che è dedicato ancora all’ambiente favorevole alla creazione anche per se stessi, il quattro e il cinque illustrano il processo di Connessione Creativa, e in questa sede l’autrice mette subito in chiaro che tale processo va sperimentato per essere compreso, spiegarlo a parole risulterebbe infatti del tutto insufficiente.

Per l’ennesima volta la Rogers suggerisce l’efficacia solo parziale della comunicazione verbale: questo sarà un tema ricorrente nello scritto, che invita piuttosto ad affidarsi a quei linguaggi non verbali che sembra occupino un posto sempre più marginale nella società odierna.

Le arti, possono giovare anche alla comprensione dei sentimenti reconditi e dei pensieri più nascosti, ma soprattutto possono aiutare ad elaborare momenti di crisi, donando all’individuo il necessario equilibrio per relazionarsi efficacemente con il mondo circostante.

Dalla Prefazione al libro dell’edizione italiana “La connessione Creativa” a cura di Annica Cerino

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