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Culodritto dammi ancora la mano (sulla genitorialità) - Annica Cerino
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Culodritto dammi ancora la mano (sulla genitorialità)

«I vostri figli non sono i vostri figli. Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di sé. Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro, e benché stiano con voi non vi appartengono.»

Con queste parole Kahlil Gibran, nella sua celebre opera Il profeta, riassume mirabilmente la consapevolezza che dovrebbe guidare ogni genitore nello svolgimento delle proprie funzioni ovvero che i figli non appartengono a chi li mette al mondo e colui che genera è in realtà strumento di un’istanza ben più profonda, che Gibran chiama “Vita in sé”, concetto che ricorda per certi versi quello schopenhaueriano di “Volontà”, epurato, però, da ogni connotazione negativa.

Più semplicemente noi possiamo dire che i figli non appartengono ai genitori perché sono una vita nuova e differente, irriducibile a quelle che l’hanno generata.

In Ti con zero un altro grande autore, Italo Calvino, scrive: «Ciò che i genitori m’hanno detto d’essere in principio, questo io sono: e nient’altro. E nelle istruzioni dei genitori sono contenute le istruzioni dei genitori dei genitori alla loro volta tramandate di genitore in genitore in un’interminabile catena d’obbedienza.»

È questa catena di obbedienza che si dovrebbe puntare a spezzare, fornendo ai figli sì delle istruzioni, ma che siano sempre e comunque modificabili in base alla personalità di chi le riceve. In altri termini si deve poter dire, al contrario di ciò che scrive Calvino, che “io non sono ciò che i genitori m’hanno detto d’essere”.

Ma come fare affinché ciò si realizzi nella pratica? Come fare a essere i genitori che consentono ai figli di superarli, di andare oltre i loro insegnamenti, si potrebbe dire, addirittura, di “tradirli”, nel senso etimologico del termine?

Oggi sempre di più si sviluppano dei veri e propri metodi, quasi delle formule che promettono di creare il genitore perfetto al quale corrisponde, poi, il figlio di successo.

La psicologa statunitense Alison Gopnik, nel suo testo intitolato, nella versione italiana, Essere genitori non è un mestiere, mette in guardia proprio da una simile “professionalizzazione” del ruolo del genitore, riconducendolo invece alla sua radice profondamente umana. Gopnik sottolinea soprattutto l’impossibilità di avere risultati prestabiliti nell’educazione dei figli, i quali sono imprevedibili nel loro sviluppo.

È questa imprevedibilità, intrinseca a ogni essere umano, soprattutto se in fase di crescita, che ogni genitore dovrebbe tenere presente nel momento in cui si approccia ai propri figli. In primo luogo questo dovrebbe condurre il “genitore efficace”, come lo definisce Thomas Gordon, a evitare di convincersi che i figli debbano assomigliargli; essi non sono una sua proiezione, sono altro, sono creature indipendenti che possono sviluppare anche caratteri diametralmente opposti rispetto a chi li ha messi al mondo.

In secondo luogo la consapevolezza dell’imprevedibilità dovrebbe tenere lontano il pensiero che i figli debbano incarnare le aspettative dei genitori o, peggio, arrivare laddove essi non sono riusciti ad arrivare, quasi fossero non una copia, come nel primo caso, ma una loro estensione.

Tutto ciò è senza dubbio di non facile realizzazione, in quanto può scontrarsi con le debolezze dei genitori stessi, che non di rado proiettano sui figli quanto di irrisolto si portano dentro. Occorre un lungo lavoro di conoscenza di sé per poter essere pronti a conoscere davvero i propri figli e ad accoglierli per quelli che sono realmente e non per quello che si vorrebbe che fossero.

Sgombrato il terreno dalle proprie aspettative, il genitore è pronto per ascoltare profondamente il figlio, per vederlo nella sua realtà. Creando uno spazio di accettazione incondizionata, si determinano le condizioni ideali per comprendere quali sono le inclinazioni del bambino e poterle così assecondare nel migliore dei modi.

James Hillman, ne Il codice dell’anima, sottolinea come ogni grande genio abbia avuto un maestro capace di vedere il suo daimon, un mentore, insomma, che prima di ogni altro abbia scorto il seme di ciò che il bambino sarebbe diventato, favorendone la “fioritura”. Talvolta il maestro è un genitore, ma per diventare buoni maestri occorre prima di tutto mettersi a nudo di fronte a se stessi per capire quanto di ciò che si vede appartenga ai figli e quanto, invece, sia una parte di sé.

In questa complessa relazione, che è prima di tutto relazione tra esseri umani distinti e diversi, tuttavia, non bisogna dimenticare che i due elementi – genitore e figlio – non sono su uno stesso piano di consapevolezza e maturità.

Sebbene l’adulto e il bambino abbiano in comune il fatto di essere in uno stato di perenne cambiamento, più o meno accentuato, e di dover riservare all’altro il proprio rispetto, l’adulto deve tenere presente che la responsabilità dell’interazione è prima di tutto sua, è lui ad avere gli strumenti per comunicare efficacemente con il bambino, per guidarlo senza reprimere il suo modo di essere.

Per fare ciò il genitore potrebbe far comprendere al figlio un meccanismo semplice ma essenziale: per ogni scelta ci sono delle conseguenze, sia positive che negative.

Se è vero che ciascuno è libero di prendere le proprie decisioni, compreso il bambino, è altrettanto vero che ogni decisione porta con sé delle responsabilità, che devono essere ben chiare ai figli.

Compito del genitore, l’onore e l’onere, dunque, è quello di formare degli individui liberi ma responsabili, capaci di scegliere, in base alle proprie inclinazioni, anche le conseguenze ultime di ciò che hanno voluto.

Il genitore efficace insegna al figlio a guardare oltre l’immediatezza del desiderio, selezionando soltanto ciò che trova pieno riscontro nella propria personalità.

Parafrasando Nietzsche, i genitori dovrebbero guidare i figli nel difficile cammino per diventare se stessi.

Ma come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti
e le tue risate pulite e piene, quasi senza rimorsi o pentimenti
(F. Guccini)

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